Abitare il web e fare reddito: Web Fare

La pandemia da Coronavirus ha aumentato notevolmente l’uso del web per qualunque cosa. Oggi possiamo dirlo con certezza che chiunque vive in tre dimensioni: il mondo interiore (intimo), il mondo “reale” (sociale concreto) e quello “web” (sociale aumentato). Tre modi che portano ad una dimensione sempre più espansa dell’Essere e del nostro stare al mondo: dal corpo al mondo. Questo “vivere il web” richiede una riflessione non irrilevante. Dobbiamo rispondere a questa domanda: chi vogliamo “essere nel web” come individui, ma anche come cittadini?

Se l’individuo è un animale sociale e vive grazie a ciò che produce e che fa per la comunità è molto facile comprendere che la sopravvivenza di ognuno di noi oggi dipende anche da cosa facciamo nel web e per il web. Il mercato si è spostato dalle piazze delle città ai grandi portali e social, il mondo del lavoro cambia e grazie al web e alla tecnologia e alla robotica l’uso del lavoro manuale umano va sempre più scemando. Dunque? Quale potrà essere il mercato del lavoro del futuro? Metà tradizionale e metà nel web? Sembra un’ipotesi possibile. Tu quanti click produci?

In questa logica Il Bello di Casa è andato ad esplorare come si può vivere nell’era del web. In Italia esiste un’Associazione Basic Income Network Italia che lavora per promuovere un reddito base di “cittadinanza del web”. E’ composto da sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori. Il principio può essere spiegato così in modo molto semplice: ognuno di noi usa servizi gratuiti in rete, ma nonostante noi non si paghi, chi ci offre servizi on line guadagna e può farlo grazie al fatto stesso che noi alimentiamo il suo pubblico. Ergo noi, di fatto, lavoriamo per loro, per tutti quelli che usano la rete per business. Lo facciamo iscrivendoci ad una piattaforma, mettendo un “mi piace”, scambiando e condividendo, commentando, cliccando sulle loro pubblicità. Noi produciamo per loro anche solo nell’esserci e basta.

Nasce così l’idea di promuovere la creazione di un reddito base per tutti in quanto ognuno è produttore di un servizio per gli altri anche solo per “esserci” per stare al mondo che sia reale o virtuale il “WEBFARE“.

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“(…) Che i profili di ciascuno vengano venduti “illegalmente” per orientare la politica planetaria giacché venivano già ceduti “lecitamente” per i motivi più banali come le indagini di mercato, le schedature politiche degli attivisti politici o altro, è una cosa piuttosto nota. Ma la questione della privacy è appunto solo un pezzo della faccenda. E quando qualcuno sa su di noi tutte queste cose ha una mole di informazioni pregiate che valgono tanto. Sanno con precisione i nostri orientamenti politici, religiosi, sessuali, conoscono i nostri acquisti, tendenze musicali, hobby, che squadra tifiamo, che film ci piacciono, assieme alle relazioni che ci legano a parenti, amici, colleghi, familiari, partner vecchi e nuovi. – scrivono Sandro Gobetti (ricercatore sociale, redattore della rivista Infoxoa) e Luca Santini (avvocato esperto in migrazioni) in Siamo connessi. Reddito di base e Web Fare per tutti, Quaderno a cura di Bin Italia (2019) – La General Electric, ad esempio, ha speso oltre un miliardo di dollari nel 2016 per raccogliere dati provenienti dai sensori inseriti nelle turbine a gas o nei motori a reazione e negli oleodotti. (…)

Dunque l’idea di pagare gli utilizzatori di tecnologie, per il fatto stesso di rendere “popolate” le piattaforme, non è poi così peregrina. Sarebbe quantomeno un riconoscimento di quella produzione informale che quotidianamente miliardi di persone, sui più svariati strumenti tecnologici, offrono gratuitamente ai giganti della rete (e non solo). I giganti tecnologici, che offrono servizi online gratuiti, dai quali raccolgono i dati, dovrebbero pagare per ogni pepita di informazioni che raccolgono? I cosiddetti prosumers (produttori\consumatori) che popolano la rete dovrebbero essere dunque pagati per il loro lavoro? Secondo una stima di Weyl e Posner contenuta in Radical Markets (Princeton University Press, 2018), se le società di grandi dimensioni acconsentissero a cedere i 2/3 dei loro profitti agli utenti creatori di dati che rendono possibile lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, una famiglia media di quattro persone “guadagnerebbe” 20.000 dollari l’anno“.

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Interessanti a riguardo anche le riflessioni sull’inferiorità degli umani rispetto alle “macchine” che ha posto il giornalista Benedetto Vecchi, sempre nel quaderno Siamo connessi. Reddito di base e Web Fare per tutti, Quaderno a cura di Bin Italia: ”

Per la prima volta il reddito di cittadinanza, sia che lo proponga Mark Zuckerberg o Bill Gates o qualche altro robber commons, non è visto come misura politica di inclusione, di rimozione dei meccanismi violenti di esclusione sociale dovuti allo sviluppo capitalistico, ma come un dispositivo che ratifichi l’ormai acquista inferiorità umana rispetto alle macchine. È il dispiegarsi feroce di una dimensione psicosociale della tecnica, facendo sorridere di gioia heideggeriani dell’ultima ora, nietzschiani in cerca di autore, fideistici liberisti militanti del tecnocapitalismo. Una posizione che affastella tematiche postumane, di critica all’antropocene, di determinismo tecnologico, che si sono fatte largo nei rumori di fondo della Silicon Valley, conquistando però il centro del palcoscenico laddove proprio il postumano è divenuto uno dei pochi orizzonti ammessi dallo sviluppo capitalistico. (…) Che le macchine informatiche siano dispositivi tecnologici che sostituiscono lavoro umano è tendenza nota da molti decenni.

Secondo la Banca Mondiale il lavoro si biforca. Una stragrande maggioranza di mansioni e lavori dequalificati e pagati poco più del livello di sopravvivenza, da una parte e dall’altra una minoranza di lavoro qualificato, ad alti salari, con tutte le coperture sanitarie, assicurative, pensionistiche all’interno di una finanziarizzazione del Welfare State, ritenuta passaggio obbligato per valorizzare competenze e spirito meritocratico. C’è però un elemento che si impone nell’analisi della Banca Mondiale. L’esistenza cioè di un numero elevato di lavoratori che svolge lavoro gratuito, informale. Più che costituire un alternativa al lavoro salariato, ecco che si affianca il lavoro gratuito“.

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Ed eccoci alla questione, meno lavoro “vivo” come lo chiama Benedetto Vecchi nel suo articolo e più lavoro gratuito, non normato che comunque è lavoro e che supporta ugualmente il sistema da cui ne è escluso giuridicamente e fiscalmente e viene visto come “popolo” da “includere”. Ma è questo il giusto termine: “includere”? Quindi nell’evoluzione futura del lavoro si può immaginare una società dove pochi guadagnano attraverso la tecnologia e i moderni sistemi, un mondo dove la macchina sostituisce l’uomo, dove aumenta la massa di disoccupati e quest’ultimi non inventano nuovi lavori “salariati”, ma si confinano sempre più a diventare parte complementare di un sistema da cui sono esclusi come “lavoratori” nel senso tradizionale del termine.

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Chi sarà dunque il lavoratore del futuro? Chi sarà “il nuovo operaio”? Colui che trascorrerà ore davanti al pc o ad uno smartphone esprimendo un gradimento, alimentando un gioco, facendo un commento, scrivendo, postando, cercando, desiderando, ….etc… etc… saranno merce i suoi pensieri espressi in un click e non i suoi manufatti?

Tu, quanti click produci?

Il Covid sta già facendo emergere una serie di problemi della rete, dall’informazione da cui sembra esclusa la figura professionale del “giornalista” tanto che tutti credono di poter fare informazione, all’arte che sembra ormai sempre più “on line” e proposta come godibile gratuitamente o quasi, pensiamo alla musica, per esempio. Ma anche a tanti contenuti interessanti che le persone mettono a disposizione scrivendo, documentando, ebbene di questo lavoro è giusto che tutti si goda gratuitamente? E del tempo stesso che ognuno dedica alla rete, alla foto postata etc…E’ giusto che questo “dono” alla rete web non sia visto come un contributo a beneficio della collettività?

Credo che il ragionamento da fare sia duplice. E’ vero che potrebbe esserci utile un “WebFare”, un riconoscimento dall’alto, dal Sistema, ma è pur vero che è indispensabile un’educazione economica diversa che parte dal basso che è data dalla “partecipazione anche dei singoli”.

L’economica del futuro si può reggere sempre più attraverso una “donazione responsabile”. Una donazione che passa dai singoli per i singoli per esempio. Il web vive grazie alla condivisione per principio e basterebbe tradurre questo in un meccanismo anche economico.

Chissà, forse quello che non siamo riusciti a fare nella piazza del mercato reale “la divisione dei pani e dei pesci” forse riusciremo a farla nel web perchè qui la posta in gioco non è cercare di essere più ricco, ma cercare di rimanere uomini ovvero non lasciare che la “macchina” e il “numero”, l’algoritmo, non vincano persino sul pensiero.

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giornalista professionista, psicologa, curatrice d'arte, scrittrice

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